l’arcano del giorno dei morti

Non ho alcuna speranza alla luce di questo
“intrappolando” nel giorno
in cui morì,
non semplicemente ammazzato, ma – come per tutti quelli
che significano molto più di quello che furono –
come una intera nazione, persino un mondo, –
assassinato, il voto dell’America per rieleggere
una macchina da guerra per continuare a bastonare
e poi passare sopra interi popoli.
E dunque eccolo, uno dei più grandi poeti
italiani, che giace in questa tomba
a Casarsa, una piccola città in Friuli,
da ventinove anni. Sei piccoli allori su
lui e Susanna Colussi, sua madre,
che giace accanto a lui in commovente ironia.
E il suono che fa il dolore quando
cade attraverso se stesso e non tocca
fondo, con la sua tristezza di sangue
e la sua malinconia di mente in un mondo
dislocato, – non nel senso
di non avere uno spinello fra le dita
o seduto in un posto a bere
l’ingiustizia bell’e buona di questi giorni, ma –
volendo dire che una Costituzione comprata e pagata,
con una smorfia e una pistola alla nuca
del mondo, ha fra le altre cose
assassinato di nuovo Pier Paolo Pasolini.
2.
Che serie di Giorni dei Morti a venire!
Persino la sorellina Marilyn, che lui
mise in poesia così magnificamente, è nelle
quinte che rabbrividisce su questo cenotafio che
sto costruendo con piume di pavone azteco
lunghe sei piedi, foto di Marx, Lenin
vicino a una bandiera con falce e martello, Maria
Giuseppe e pure il Bambino Gesù, e Gesù
il Cristo. E ci metto dentro anche Rumi e King,
una montagna di capelli e una piramide
di scarpe. È l’inferno, è l’inferno, è
esattamente l’inferno, è l’inferno che governa il mondo.
Tanti occhi morti, penso che ce ne siano più
che le stelle in cielo, e sono anche qui,
raccolte sulla punta del mio pollice
e indice che tengono questa penna, tutte le stelle
che morirono anni e anni fa. Il mio voto
per corrispondenza è per loro. E Nader l’uno/né l’altro fra
due uomini di guerra. Ha da venì baffone. Ah,
eccoti là! Che sia un gran DeeoDee!
Diodi. O diodi. Ha da venì baffone.
Guarda quello scugnizzo di sei anni, una minuscola
fisarmonica fra le mani, una scatola di cartone
vuota davanti alle sue ginocchia accovacciate,
che canta sulla Farhadija Street alla folla
che passa, e gli unici che si accorgono di lui
sono una guardia della banca che lo fa spostare cinque
metri più in là (e lui ricomincia daccapo),
e un poliziotto che lo sovrasta e lui si alza e
scompare come in un film di Pier Paolo.

3.
Nudo fino alla cintola al sole caldo
su un balcone a Baronissi vicino Salerno, sento
il clop degli zoccoli, poi vedo – affianco alle macchine
che fanno il solito giro intorno alla piazza sottostante –
tredici cavalieri a cavallo, l’ultima è una donna,
qualcuno porta cappelli da cowboy, uno è avvolto
in una bandiera americana, vanno lungo la strada
come una banda di discepoli di Bush. O Giorno dei
Morti domani, quando sarà finita, America,
laggiù, laggiù, dove tutto è aggressione, follia
e abbandono. Che Giorno dei Morti
a venire! Pieno di corpi in tanti angoli roventi
del mondo, pezzi di shahid e le sue (di lui o di lei)
vittime, e le spacconate e le sciocchezze contorte
che cianciano le bocche dei media.
La Costituzione delle armi parla: Vota Guerra!
Vota Bandito per le bande di delinquenti che fanno cagnara
in questo deserto di consumismo. Vota Picchiatore
per continuare a tenere l’assassinio sulle labbra e far fuori quei
pompinari comunisti bastardi. Picchiarli
con mazze 2 x 4, passarci sopra con le loro stesse automobili!
Irrompere nelle case accovacciate, come la pioggia
di proiettili. In mezzo agli occhi. Prima persino che loro…
Ucciderli prima che ci raggiungano… e ci facciano saltare
in aria. Lo Zero dentro lo Zero è completo.
La Sinistra è un incorreggibile gracidio di rana, il guaito di un
cagnolino.
E la Destra è un sole sporco con un grosso occhio nero oleoso.
Ma le ceneri di Pasolini, dalle sue fiamme, lo spirito
in fiamme di Bestemmia sotto terra, le ceneri di Pasolini
si innalzano su ali di fenice di fiamma e urlano:
Bush-shit! Bush-shit! Avanti soldati crasstiani,
che marciano verso la paura. Nel pieno dell’autunno
con i vostri boccali e le bare.
Voi che bombardate e uccidete l’origine stessa dell’umanità,
voi che stracciate verità e stimolate appetiti da avvoltoio
di sangue in questo mondo carogna, ben presto fiuterete
i fiori della Vittoria. La loro fragranza vi incanterà,
irresistibilmente. Con adorazione cadrete in ginocchio per annusarli
e loro vi ringrazieranno esplodendo sulla vostra faccia
morta.

Jack Hirschman

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Una risposta a l’arcano del giorno dei morti

  1. D. Q. ha detto:

    La Terra di Lavoro

    Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
    qualche branco di bufale, qualche
    mucchio di case tra piante di pomidoro,

    èdere e povere palanche.
    Ogni tanto un fiumicello, a pelo
    del terreno, appare tra le branche

    degli olmi carichi di viti, nero
    come uno scolo. Dentro, nel treno
    che corre mezzo vuoto, il gelo

    autunnale vela il triste legno,
    gli stracci bagnati: se fuori
    è il paradiso, qui dentro è il regno

    dei morti, passati da dolore
    a dolore – senza averne sospetto.
    Nelle panche, nei corridoi,

    eccoli con il mento sul petto,
    con le spalle contro lo schienale,
    con la bocca sopra un pezzetto

    di pane unto, masticando male,
    miseri e scuri come cani
    su un boccone rubato: e gli sale

    se ne guardi gli occhi, le mani,
    sugli zigomi un pietoso rossore,
    in cui nemica gli si scopre l’anima.

    Ma anche chi non mangia o le sue storie
    non dice al vicino attento,
    se lo guardi, ti guarda con il cuore

    negli occhi, quasi, con spavento,
    a dirti che non ha fatto nulla
    di male, che è un innocente.

    Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla
    una creatura che dorme nel fondo
    d’una vita d’agnellino, e la trastulla

    – se si risveglia dal suo sonno
    dicendo parole come il mondo nuove –
    con parole stanche come il mondo.

    Questa, se la osservi, non si muove,
    come una bestia che finge d’esser morta;
    si stringe dentro le sue povere

    vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta
    la voce che a ogni istante le ricorda
    la sua povertà come una colpa.

    Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda,
    senza neanche accorgersi, sospira.
    Col piccolo viso scuro come torba,

    in un muto odore di ovile,
    un giovane è accanto al finestrino,
    nemico, quasi non osando aprire

    la porta, dare noia al vicino.
    Guarda fisso la montagna, il cielo,
    le mani in tasca, il basco di malandrino

    sull’occhio: non vede il forestiero,
    non vede niente, il colletto rialzato
    per freddo, o per infido mistero

    di delinquente, di cane abbandonato.
    L’umidità ravviva i vecchi
    odori del legno, unto e affumicato,

    mescolandoli ai nuovi, di chiassetti
    freschi di strame umano.
    E dai campi, ormai violetti,

    viene una luce che scopre anime,
    non corpi, all’occhio che più crudo
    della luce, ne scopre la fame,

    la servitù, la solitudine.
    Anime che riempiono il mondo,
    come immagini fedeli e nude

    della sua storia, benché affondino
    in una storia che non è più nostra.
    Con una vita di altri secoli, sono

    vivi in questo: e nel mondo si mostrano
    a chi del mondo ha conoscenza, gregge
    di chi nient’altro che la miseria conosca.

    Sono sempre stati per loro unica legge
    odio servile e servile allegria: eppure
    nei loro occhi si poteva leggere

    ormai un segno di diversa fame – scura
    come quella del pane, e, come
    quella, necessaria. Una pura

    ombra che già prendeva nome
    di speranza: e quasi riacquistato
    all’uomo, vedeva il meridione,

    timida, sulle sue greggi rassegnate
    di viventi, la luce del riscatto.
    Ma ora per queste anime segnate

    dal crepuscolo, per questo bivacco
    di intimiditi passeggeri,
    d’improvviso ogni interna luce, ogni atto

    di coscienza, sembra cosa di ieri.
    Nemico è oggi a questa donna che culla
    la sua creatura, a questi neri

    contadini che non ne sanno nulla,
    chi muore perché sia salva
    in altre madri, in altre creature,

    la loro libertà. Chi muore perché arda
    in altri servi, in altri contadini,
    la loro sete anche se bastarda

    di giustizia, gli è nemico.
    Gli è nemico chi straccia la bandiera
    ormai rossa di assassinî,

    e gli è nemico chi, fedele,
    dai bianchi assassini la difende.
    Gli è nemico il padrone che spera

    la loro resa, e il compagno che pretende
    che lottino in una fede che ormai è negazione
    della fede. Gli è nemico chi rende

    grazie a Dio per la reazione
    del vecchio popolo, e gli è nemico
    chi perdona il sangue in nome

    del nuovo popolo. Restituito
    è cosi, in un giorno di sangue,
    il mondo a un tempo che pareva finito:

    la luce che piove su queste anime
    è quella, ancora, del vecchio meridione,
    l’anima di questa terra è il vecchio fango.

    Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione
    senti ormai che essa non conduce
    a nuova aridità, ma a vecchia passione.

    E ti perdi allora in questa luce
    che rade, con la pioggia, d’improvviso
    zolle di salvia rossa, case sudice.

    Ti perdi nel vecchio paradiso
    che qui fuori sui crinali di lava
    dà un celeste, benché umano, viso

    all’orizzonte dove nella bava
    grigia si perde Napoli, ai meridiani
    temporali, che il sereno invadono,

    uno sui monti del Lazio, già lontani,
    l’altro su questa terra abbandonata
    agli sporchi orti, ai pantani,

    ai villaggi grandi come città.
    Si confondono la pioggia e il sole
    in una gioia ch’è forse conservata

    – come una scheggia dell’altra storia,
    non più nostra – in fondo al cuore
    di questi poveri viaggiatori:

    vivi, soltanto vivi, nel calore
    che fa più grande della storia la vita.
    Tu ti perdi nel paradiso interiore,

    e anche la tua pietà gli è nemica.

    PPP

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